Si avvicina l’avvio dei saldi, ma Federmoda – Confcommercio lancia l’allarme Giammaria Zanzini: “Arrivano troppo presto: il 78% dei commercianti associati vorrebbe posticiparli. Per non veder morire i negozi di vicinato servono anche soluzioni ferme e urgenti per regolamentare outlet, temporary store e ribassi indiscriminati; bisogna cambiare gli studi di settore e rallentare la morsa di tasse e burocrazia”

Pubblicato il 14 Gennaio 2020 alle 09:36

Rimini, 27/12/2019 – Comunicato stampa

Si avvicina l’avvio dei saldi, ma Federmoda – Confcommercio lancia l’allarme
Giammaria Zanzini: “Arrivano troppo presto: il 78% dei commercianti associati vorrebbe posticiparli. Per non veder morire i negozi di vicinato servono anche soluzioni ferme e urgenti per regolamentare outlet, temporary store e ribassi indiscriminati; bisogna cambiare gli studi di settore e rallentare la morsa di tasse e burocrazia”

Il 4 gennaio scattano i saldi invernali di fine stagione. I commercianti ci arrivano con grande speranza, ma anche con tantissime preoccupazioni: la crisi del commercio di vicinato, infatti, non accenna a placarsi, soprattutto per quanto riguarda il comparto moda. Anche quest’anno i saldi saranno un’occasione sia per le imprese sia per i clienti, visto che i negozi hanno un assortimento di merce consistente, dovuto sia all’incertezza economica delle famiglie, sia ad un meteo invernale imprevedibile con temperature ben al di sopra della media che di fatto “congelano” acquisti di abbigliamento, accessori e calzature pesanti.

“Il problema è serio, tanto che da un sondaggio di Federmoda – Confcommercio tra gli associati, si è rilevato che ben il 78% di loro vorrebbe fare slittare i saldi alla fine del mese di febbraio – spiega il referente riminese Giammaria Zanzini, vicepresidente regionale e consigliere nazionale di Federmoda -. Lotteremo per far sì che questa istanza venga ascoltata dai legislatori.

Una delle cause di questa crisi, che si somma alle congiunture economiche negative, è il cambiamento dei comportamenti di acquisto. Da un’indagine dell’Ufficio Studi di Confcommercio dell’Emilia Romagna si scopre che il 29% dei clienti è ancora molto attento al prezzo e cerca prodotti in sconto, mentre è salita al 15% (contro il 7% del 2018) la percentuale di chi entra nei punti vendita per chiedere informazioni e poi acquista on-line. Nelle grandi città alcuni negozianti hanno già iniziato a far pagare le prove dei capi. Costa 10 Euro provare e fotografare la merce e in cambio viene consegnato un buono di pari importo per tornare a fare acquisti in negozio. Purtroppo ogni acquisto fatto sulle piattaforme contribuisce a fare chiudere le piccole attività, a lasciare a casa lavoratori e a togliere agli imprenditori i soldi per pagare le tasse. Dove è il guadagno per economia e società? Dal 2012 al 2019 in Italia sono state chiuse 89.631 (35 al giorno) di cui 54.749 (21 al giorno) nel settore tessile. Numeri dieci volte l’Ilva, ma nessuno ci considera. La conseguenza di tutto questo, è l’innesco di una concorrenza sleale da parte di numerosi commercianti, soprattutto grandi catene multinazionali, che per mantenere i volumi di vendita elevati con prezzi molto bassi, attivano politiche di sconti, promozioni e ribassi molto aggressive, anche nel periodo natalizio, massacrando di fatto il mercato e creando un circolo vizioso dannoso sia per le imprese sia per i clienti, che faticano ad orientarsi e a distinguere tra offerte reali come i saldi e promozioni fasulle. Black Friday, pre-saldi, sms, coupon, sconti on-line… le segnalazioni delle nostre imprese sono continue e pressanti e in tanti si chiedono come sia possibile il mancato rispetto delle normative da parte di queste grandi catene, che non hanno paura nemmeno delle sanzioni, basse al cospetto dei loro fatturati. L’Italia è al primo posto in UE per il peso delle vendite promozionali: la quota di prodotti venduti in saldo o sconto arriverà quest’anno al 50% (quasi 700 euro a famiglia) riducendo sensibilmente i margini dei piccoli commercianti e artigiani, mentre per il pareggio di bilancio di una piccola attività serve vendere a prezzo pieno almeno il 65% della merce.

Poi c’è un altro settore che sul nostro territorio non è nemmeno regolamentato, ovvero quello degli outlet, che necessitano assolutamente di un regolamento. Come Federmoda-Confcommercio lo chiediamo da anni con forza. Riteniamo che gli outlet debbano vendere esclusivamente merce delle stagioni precedenti, disassortita o fallata e non che le grandi catene possano produrre e vendere collezioni appositamente create per gli outlet, come accade in molti casi oggi. Per loro stessa natura gli outlet hanno la merce sempre in sconto e allora chiediamo che non possano usufruire anche delle finestre dei saldi per scontare ulteriormente i capi.

Per limitare i danni al commercio di vicinato va fatta una lotta serrata alla contraffazione, pensando anche di abbassare l’Iva per chi produce in Italia. Inoltre, messa mano alla disciplina dei temporary store, che possono essere un’ottima spinta per l’occupazione dei negozi sfitti (657.000 in Italia, con 25 miliardi di canoni sfumati e 6,2 miliardi di euro di mancato gettito per lo Stato), ma non possono certo occupare capannoni, show room e hall degli alberghi. Così come riteniamo fondamentale rivedere sia il meccanismo degli studi di settore, sia il disegno di legge sui centri commerciali. La liberalizzazione degli orari firmata da Monti nel suo Decreto Salva Italia del 2012, ha in realtà fatto perdere 100 mila posti di lavoro e aumentato di 3 punti la pressione fiscale, apportando una deregulation di orari che ha messo in ginocchio le micro imprese, impossibilitate a rimanere al passo con il mercato. Invece dobbiamo ricordare come siano i negozi fisici ad illuminare le vie dei paesi, dei quartieri periferici e dei centri storici, come siano i negozi fisici a pagare le tasse statali e locali (le imprese italiane sono le più tassate al mondo: il carico fiscale complessivo è pari al 59,1% dei profitti commerciali a fronte di  un peso globale del 40,5% e del 38,9% nell’Unione Europea). Sono i commercianti fare i conti con una burocrazia sempre più pressante e, rovescio della medaglia, ad essere ignorati quando è il momento delle richieste. Invece, se non vogliamo che il commercio di vicinato muoia definitivamente, servono soluzioni ferme e urgenti prese con competenza.

Purtroppo noi piccoli commercianti e artigiani non siamo Ilva, Alitalia o Banca Popolare di Bari, né possiamo fare lo sciopero fiscale per non darci due volte la zappa sui piedi. Però potremmo spegnere le nostre luci un sabato d’inverno per 10 minuti, così forse tutti si accorgerebbero di quanto sia prezioso un piccolo negozio che presidia il territorio. Speriamo di non doverci arrivare”.